Meditazione Zen – La discontinuità della pratica

Alcuni di noi si definiscono “ricercatori” spirituali, altri “praticanti” di discipline spirituali ed altri si identificano con qualche tradizione religiosa e si fanno chiamare “guide” o addirittura “maestri”.

In ogni caso un aspetto che caratterizza la vita di molti di noi è la discontinuità della pratica e ritengo utile dibattere brevemente su questo aspetto. Affronteremo l’argomento in più articoli, non successivi l’uno all’altro.

Due precisazioni sul metodo: in primis, come sempre, quando si commenta la pratica spirituale, parto da esperienze personali o comunque parto da considerazioni di maestri e insegnanti che hanno scritto testi on line o libri, prima di me, per poi commentarli alla luce dell’esperienza personale.
In secondo affronto l’argomento con la mente di praticante di discipline olistiche originarie del mondo orientale e questa è un’importante precisazione visto che la forma mentis influenza direttamente o indirettamente i giudizi e le assertazioni.

Per moltissimi anni ho inteso la pratica spirituale come unicamente connessa all’aspetto religioso, nel mio caso (buddhismo zen) incentrata principalmente sulla pratica della meditazione, la recitazione di qualche mantra o di qualche sutra.

L’interruzione di tali pratiche per qualche tempo mi comportava la nascita di un certo senso di colpa, soprattutto se  perché ero abituato a praticare in un gruppo ristretto nel quale spesso ci si conosce bene e si è pure amici.

Ho riscontrato spesso un implicito senso di competizione, un voler essere il migliore agli occhi del proprio maestro, il tutto dietro a larghi sorrisi maschere di un ‘ipocrisia che definirei “di secondo livello”.

La testimonianza di questo status nascosto la ebbi più volte grazie alle “esplosioni” di litigi improvvisi tra praticanti, scissioni di gruppi di Sangha e cosi via.
La mia pratica era idealizzata, sognata, romantica.
E nessun maestro mi seppe guidare a dovere, facendo emergere questa realtà.

I motivi di una pratica religiosa meno intensa possono essere diversi: in genere sono legati agli stessi fattori che determinano il grado e la tempistica di “illuminazione” ovvero il nostro stile di vita, la situazione ambientale lavorativa e famigliare, le nostre caratteristiche intellettuali e mentali e molto altro.

Abbiamo già avuto modo di affrontare sul blog gli ostacoli tradizionali alla meditazione.
Con il passare degli anni qualcosa nel mio pensiero è cambiato e probabilmente cambierà ancora.
Al senso di colpa ho sostituito una generale accettazione della situazione riscontrando come fattore più importante del mio cammino spirituale la consapevolezza della realtà, momento per momento.

La consapevolezza non è assoluta e oggettiva bensì relativa e soggettiva e non la considero più lo stato meditativo per eccellenza, quello applicato alla vita quotidiana.

Non lo considero perché rimane un’”esperienza” del mio se e non la dimensione olistica che è unicamente la dimensione meditativa ultima, la vera ed unica dimensione meditativa.

L’abbandono temporaneo della cerimonia del mattino, ad esempio, non mi ha più comportato quel senso di inadeguatezza rispetto al cammino di vita da me scelto: ritengo che se in quel momento non ho ritenuto necessario dedicare del tempo a quella pratica sia stato un bene concentrare la mente su altri aspetti della pratica, non meno decisivi.

Nello Zen nulla è sacro, non dimentichiamolo e non dimentichiamo che la stessa spiritualità è un “veleno” mentale, seppur meno appariscente e con tanti aspetti benevoli.

Talvolta al mattino presto, quando mi sveglio nella mia casa isolata di montagna per andare in città, al lavoro, non recito e non pratico per i soliti 20 minuti. E va bene cosi.

Ricordo quando al termine di ritiri spirituali lasciavo il luogo di pratica esaltato per lo stato mentale raggiunto e in auto ascoltavo le recitazione in audio cd dei templi coreani: una esaltazione effimera che durava lo spazio di uno o due giorni.

Poi fortunatamente, con la meditazione, questo stato spariva e si tornava semplicemente alla vita.

Hae Myong

Hae Myong
Inizia a studiare da autodidatta il Taoismo cinese nel 2004 e presto si avvicina allo studio della cultura zen e buddhista.
Nel 2006 inizia a praticare presso l’Associazione “Bodhidharma” di Lerici del monaco buddhista Tae Hye Sunim, di ordinazione coreana e birmana, una sorta di pratica che accoglie aspetti della tradizione Theravada e della tradizione Mahayana del Buddhismo.

Per alcuni anni guida anche le pratiche del gruppo genovese di tale comunita’ religiosa presso i locali dell’Associazione “UnSoloCielo” in via San Lorenzo a Genova.

Nel 2009 riceve a Seoul dal monaco Tae Hye Sunim i cinque precetti Buddhisti e assume il nome di Dharma di Mu Mun.

Nel 2009 risiede per alcune settimane in Corea presso i principali templi dell’Ordine Jogye. Nel 2010 e 2012 visita alcuni templi in Thailandia.

Nel 2014 inizia a studiare presso l’Institute for Buddhist Studies USA (IBS) dell’Ordine coreano zen Taego-jong affiliato con Dong Bang College of Korea.

Nel 2015 partecipa ad alcuni ritiri spirituali organizzati dall’Ordine Taego in USA.

Nel 2016 riceve il diploma dall’IBS dopo aver terminato i due anni di studi ed aver superato tutti gli esami e la tesi finale.

Nel 2017 riceve i precetti del Bodhisattva presso l’Associazione Bodhidharma in Lerici.

Nel 2018 viene ordinato in Polonia Dharma Teacher dall’Ordine Taego-jong e riceve il nome di Dharma di Reverendo Hae Myong.

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