Rivelazione o Illuminazione?

Care lettrici e lettori, riprendo, dopo la pausa estiva, con il dodicesimo articolo della serie che ho definito “Buddhismo senza illusioni”: si tratta di una sintetica storia del Buddhismo che non ha pretese di esaustività (servirebbe una enciclopedia) in quanto si pone con uno scopo differente e ben preciso.

Si tratta di “recidere” le illusioni che ho spesso constatato quando si parla di Buddhismo: troppo spesso si associa una statua del Buddha a quella di un santo da venerare, troppo spesso si sono sostituiti i simboli tipici della fede cristiana con analoghi simboli indiani o buddhisti perpetrando lo stesso meccanismo mentale di assuefazione all’idea di un qualcosa di superiore a noi esseri umani che ci guida e che ci “salva”, attraverso anche i suddetti simboli.

Questo atteggiamento lo si riscontra anche nel Buddhismo basti pensare al tantrismo tibetano ma anche a come viene manipolato il termine “zen” nel paradigma tipico di una società basata sul commercio, anche di servizi religiosi, come in questo caso.

Andare alla radice significa quindi assumere un atteggiamento critico, scientifico, razionale, storico, in poche parole “recidere” ogni illusione.

Certo la storia antica di migliaia di anni non è argomento che abbia un inquadramento univoco: le interpretazioni e le idee sono talvolta differenti in merito ad eventi storici.

Quello che scrivo non ha quindi la presunzione di essere considerato incontestabile, anzi.

Così ho studiato presso il mio Istituto (Institute of Buddhist Studies, USA) (Ordine coreano Taego) e così lo riporto……

Nella “stagione” 2019/2020 abbiamo affrontato il Buddhismo su un piano prevalentemente storico.

E’ arrivato il momento di spostarci su un piano teorico, filosofico.

India e Brahman

Nel quinto secolo prima dell nascita di cristo l’India cullava numerosi movimenti religiosi e filosofici: tutti cercavano di dare una risposta ai nodi che ogni religione si trova a slegare ovvero le ragioni di una nascita e di una morte per ogni essere vivente, la sofferenza e il dolore.

Il Brahamanesimo era la religione dominante: una religione fideistica in un dio superiore all’uomo (Brahman) in cui riporre fiducia e risolvere i “nodi” dell’esistenza.
I testi sacri dei “Vedas” erano la parola di Brahman e solo seguire alla lettera cosa è scritto nei Vedas avrebbe portato alla salvezza.

All’interno del Brahmanesimo i filosofi che seguivano i testi sacri delle “Upanishad”,  esaltavano l’ego o il se, incarnato e reincarnato nell’essere umano e definito “Atman”.

Per questi filosofi Brahman e Atman coincidevano: ecco come l’induismo tendeva ad avvicinarsi ad un umanesimo tipico poi della filosofia buddhista, apportata, almeno inizialmente, dal Buddha storico, Gautama.

All’interno del Brahmanesimo operavano anche altri filosofi, i filosofi e praticanti Sramana e anche di essi abbiamo già abbondantemente scritto: essi non accettavano le asserzioni dogmatiche del Brahmanesimo ed in particolare il basarsi su testi scritti sacri, considerati parola del “divino” Brahman.

Alcune sette di Sramana ritenevano che la volontà umana non potesse nulla contro l’ineluttabilità degli eventi mentre altre sette ritenevano che tramite la pratica ascetica fosse possibile separare corpo e mente e quindi abbandonare la sofferenza insita nelle reazioni mentali, ad esempio al decadimento fisico.
(Di certo a questa seconda tendenza filosofica i moderni centri estetici non appartengono!)

Come vedete le dispute filosofiche, alla fine, solo simili a quelle delle moderne scuole religiose: vi è chi si basa su “testi sacri” (gran parte del buddhismo, ad esempio, fa così, non solo ebrei, cristiani, mussulmani…) e chi invece ha un approccio più umanista.

La cosa più bella è che l’India accoglieva entrambe le posizioni religiose, con rari conflitti personali e il popolo poteva “camminare” su differenti strade spirituali.

La ricerca spirituale

In effetti cosa dovrebbe fare un ricercatore?

E’ possibile suggerire un cammino definitivo?

Non ritengo ci siano cammini definitivi ed è bene che si rimanga flessibili, dinamici, pronti ad accogliere i mutamenti.

E’ importante che il ricercatore abbia chiaro cosa sta cercando e si concentri su quello che è il “cuore” dei diversi insegnamenti. Bisogna essere determinati e basarsi anche su percezioni: ad esempio, la percezione che quel maestro o insegnante religioso possa aiutarmi nel cammino, nella ricerca.

Gautama probabilmente fece lo stesso quando approcciò i filosofi Sramana, per poi abbandonare la dura ed ascetica pratica, quando capi’ che la stessa non lo aveva fatto avanzare di un millimetro, sulla strada dell’illuminazione che ricercava..

E allora abbandonò ogni maestro. Trovo’ una originale  “via di mezzo”, nella propria pratica, ma soprattutto si basò essenzialmente sulle proprie sensazioni e percezioni.

Fece un lavoro interiore, insomma, non guidato dall’esterno.

Quanti di noi lo fanno? Ben pochi.

Quanti rinunciano ad una guida spirituale?

La pedagogia del Buddha

La differenza è che il primo genere di ricercatore spirituale sopra descritto è alla ricerca della “rivelazione”, mentre il secondo ricercatore spirituale è alla ricerca dell’”illuminazione”.

Sono due dimensioni spirituali differenti.

La rivelazione proviene da un soggetto esterno (dio, guru, maestro, guida), da felicità apparente e ritorno alla sofferenza dopo qualche tempo.

L’illuminazione è una dimensione più  radicata perché nasce e cresce nella nostra mente, si basa sulle nostre percezioni, sensazioni, consapevolezze, non vi è posta dall’esterno. Certo, necessita come ogni pianta di semi o spore, ma poi cresce dentro di noi, supera la soglia della coscienza.

Gautama, il Buddha storico, rifiutò anche nell’ambito della ricerca spirituale il metodo autoritario, la gerarchia.

Siamo sicuri che questo accade nelle nostre tradizioni buddhiste?

Accade forse nello Zen?

Quali metodi di insegnamento usò il Buddha?

Innanzitutto diciamo che il Buddha subito dopo l’illuminazione non era convinto che insegnare potesse portare a qualche beneficio concreto. Non aveva grande fiducia nelle capacità di comprensione del popolo.

Tuttavia decidette di insegnare lo stesso, e lo fece, come sappiamo, per circa 40 anni.

Capi’ anche subito che la dimensione sociale era importante, affinché tutti gli esseri potessero avere le condizioni e le opportunità per dedicarsi ad un cammino spirituale sincero e continuo: utilizzo’ diverse pedagogie, in relazione alle tipologie di uditori che si trovava ad incontrare.

Il suo metodo prevedeva un insegnamento graduale, fatto di esercizi e approcci graduali alla pratica, una pratica basata, come sappiamo, sulle diverse forme di meditazione e con un concreto legame con la realtà quotidiana, con lo stile di vita degli esseri umani dell’epoca.

Il suo insegnamento non era quindi un insegnamento metafisico come quello dei Brahmini o delle antiche tradizioni sciamaniche.

D’altronde, la concentrazione era un fondamentale punto di partenza: anche oggi, qualsiasi azione esterna noi possiamo fare, senza una adeguata concentrazione mentale, la stessa azione ha un’influenza solo temporanea nella nostra vita, non incide in modo significativo.

Capite perché tanti rituali, belle musiche, bei paesaggi, vanno e vengono, senza che ci lascino più forti di prima?

Siamo, infatti, sempre alla ricerca di essi, giorno dopo giorno, anche con bei post “spirituali” sui social networks per cogliere attimi fuggenti di serenità e piacere.

Hae Myong
 

 

Hae Myong
Inizia a studiare da autodidatta il Taoismo cinese nel 2004 e presto si avvicina allo studio della cultura zen e buddhista.
Nel 2006 inizia a praticare presso l’Associazione “Bodhidharma” di Lerici del monaco buddhista Tae Hye Sunim, di ordinazione coreana e birmana, una sorta di pratica che accoglie aspetti della tradizione Theravada e della tradizione Mahayana del Buddhismo.

Per alcuni anni guida anche le pratiche del gruppo genovese di tale comunita’ religiosa presso i locali dell’Associazione “UnSoloCielo” in via San Lorenzo a Genova.

Nel 2009 riceve a Seoul dal monaco Tae Hye Sunim i cinque precetti Buddhisti e assume il nome di Dharma di Mu Mun.

Nel 2009 risiede per alcune settimane in Corea presso i principali templi dell’Ordine Jogye. Nel 2010 e 2012 visita alcuni templi in Thailandia.

Nel 2014 inizia a studiare presso l’Institute for Buddhist Studies USA (IBS) dell’Ordine coreano zen Taego-jong affiliato con Dong Bang College of Korea.

Nel 2015 partecipa ad alcuni ritiri spirituali organizzati dall’Ordine Taego in USA.

Nel 2016 riceve il diploma dall’IBS dopo aver terminato i due anni di studi ed aver superato tutti gli esami e la tesi finale.

Nel 2017 riceve i precetti del Bodhisattva presso l’Associazione Bodhidharma in Lerici.

Nel 2018 viene ordinato in Polonia Dharma Teacher dall’Ordine Taego-jong e riceve il nome di Dharma di Reverendo Hae Myong.

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