Ramana Maharshi: la ricerca del sé

Ramana Maharshi, vissuto in India tra il 1879 ed il 1950, è unanimemente considerato uno dei più importanti e significativi maestri spirituali contemporanei.

Il metodo realizzativo che ha insegnato per l’intera vita venne da lui stesso indicato come atma-vichara cioè come ‘ricerca del Sé’.
Esso consiste nel rivolgere la coscienza entro se stessa per andare alla ricerca della sua sorgente passando così dal falso ‘io’ (che corrisponde alla ‘personalità storica’ transeunte) al vero ‘Io’, al Sé eterno.
Tale metodo si può considerare come la ‘quintessenza’ della tradizione mistico-iniziatica indiana e anche teoreticamente come la via realizzativa più diretta in assoluto poiché pone come oggetto di concentrazione non un suono, un’immagine, un simbolo, una funzione organica, ma direttamente il proprio ‘senso dell’io’.

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In effetti l’India, nel corso di migliaia di anni, ha elaborato numerosissime tecniche di autorealizzazione spirituale che, pur nella loro estrema varietà hanno avuto un medesimo fine, quello di arrestare il flusso caotico della mente per poter giungere alla occulta sorgente metafisica della coscienza.

Per questo motivo lo yoga  è stato definito da Patanjali in estrema ed efficace sintesi come interruzione del flusso mentale.

La tradizione mistica sia orientale che occidentale è sostanzialmente accomunata dalla convinzione che solo una mente capace di allontanarsi dal suo passivo cedere al flusso delle sensazioni e dei pensieri concentrandosi attivamente sino al punto di tramutarsi in una pura consapevolezza senza ‘contenuti’, può penetrare profondamente nella struttura della Realtà cogliendone la dimensione trans-fisica.

Naturalmente per l’uomo l’oggetto primo ed essenziale della Conoscenza non può essere altro che se stesso poiché per conoscere il Mondo, cioè la realtà ‘esterna’, l’oggetto, è necessario conoscere preliminarmente il  Conoscitore, la ‘realtà interna’, il soggetto.

La prima domanda da porsi non è quindi:
Come è fatto il mondo?
ma piuttosto:
Chi è colui che si pone la domanda di come è fatto il Mondo?

A rigore di logica, il cammino della conoscenza per procedere da un sicuro fondamento, non può partire dal di fuori della coscienza, vale a dire dal Mondo percepito tramite i sensi, né tanto meno dal concetto di un Dio che si pone al di là dei dati immediati della coscienza stessa.

La coscienza non è un concetto elaborato dal pensiero ma un’ auto evidenza intuitiva: io sono qualcosa che è consapevole.

C’è quindi una distinzione da fare tra consapevolezza e pensiero; la consapevolezza è alla base del pensiero ma non è il pensiero.

Io, infatti, posso essere consapevole dei pensieri e, in qualche misura, posso persino modificarli.

Il pensiero, nella tradizione metafisica indiana (il manas) è il riflesso sul piano materiale della consapevolezza ed in quanto riflesso appartiene ad un piano inferiore ma nel contempo rimane sempre collegato a quello superiore della consapevolezza. Separare il senso dell’io dalla mente e dai suoi processi consente alla consapevolezza di espandersi. Per questo il processo evolutivo metafisico non è propriamente definibile come un ordinario processo di conoscenza perché questo implica un Conoscitore, un Conosciuto ed un atto del conoscere.

Conoscere se stesso equivale, quindi, non a pensare a se stesso ma all’Essere se stesso.

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Per questo il motto più significativo di Ramana è: Sii te stesso.

Egli afferma:

Se parliamo di conoscere il Sé, ci devono essere  due sé, un sé che conosce, un’ altro sé che è conosciuto e il processo del conoscere. Lo stato che chiamiamo realizzazione è semplicemente essere se stessi, non conoscere o diventare qualcosa. Se ci si è realizzati, si è solo ciò che si è sempre stati. Non si può descrivere quello stato. Si può solo esserlo. Naturalmente, parliamo in modo inesatto della realizzazione del Sé, in mancanza di un termine migliore. Come realizzare o rendere reale quello che soltanto è reale?

Per volgere la coscienza verso l’interno, verso se stessa è evidentemente necessario distoglierla ed isolarla dai contenuti’ che ad essa provengono dal mondo esterno.

Ma per la coscienza comune è così costante e normale il fatto che essa sia piena di contenuti che sembra logico dedurne che una coscienza senza ‘contenuti’ sia semplicemente una non-coscienza. In effetti, chi identifica la coscienza con l’attività di percezione sensibile e di rielaborazione ‘logica’ ed emozionale dei contenuti esperienziali non può trarne che tale conseguenza.

Nella tradizione esoterica il processo di auto-conoscenza con cui si arresta il pensiero discorsivo era considerato, invece, il fondamento di una evoluzione conoscitiva che dall’io conduce al Sé universale. Per la ‘sofia’ mistico-iniziatica sia orientale che occidentale, infatti, la coscienza umana separandosi consapevolmente dai suoi ‘contenuti’ non solo sussiste ma, ancor più, si espande verso campi più vasti della Realtà, a partire dalla sua stessa realtà.

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Il primo passo, quindi, in ogni autentica e rigorosa via iniziatica, di ogni ricerca spirituale è quello di volgere la coscienza verso l’interno.

La mente rivolta all’interno è il Sé rivolta all’esterno diventa l’ego…Il cotone intessuto in vari panni lo chiamiamo con vari nomi. L’oro forgiato in vari ornamenti lo chiamiamo con vari nomi. Ma tutti i panni o vestiti sono cotone e tutti gli ornamenti oro. L’Uno è reale, i molti sono semplici nomi e forme. La mente non esiste separata da Sé; cioè essa non ha esistenza indipendente. Il Sé esiste senza la mente, la mente mai senza il Sé.

La tradizione esoterica indiana e quella greca sono d’accordo sulla essenzialità di tale prassi d’introversione. Tutte le tecniche ‘mistiche’, nelle loro infinite varianti, sono volte a questo fine.

La concentrazione su qualcosa è solo un pretesto per creare uno stato di coscienza diverso ed una prima forma di liberazione attraverso l’arresto del flusso dei pensieri, la meta vera è però la meditazione, la quale consiste nel rimanere stabili in una condizione di consapevolezza senza pensieri.

Tu sei consapevolezza. Consapevolezza è un altro tuo nome. Poiché tu sei consapevolezza, non è necessario conseguirla o coltivarla. Tutto ciò che devi fare è rinunciare all’essere consapevole di altre cose, cioè del non-Sé. Se si rinuncia a essere consapevoli di esse, allora rimane soltanto la pura consapevolezza, e quella è il Sé.

A volte Ramana usa delle metafore per far meglio comprendere la relazione tra il corpo, il Sé e l’ego:

Da un punto di vista funzionale, l’ego ha solo una caratteristica. L’ego funziona come legame tra il Sé, che è pura coscienza, e il corpo fisico, che è inerte e in senziente. L’ego è perciò chiamato chit-jada-granthi, cioè il nodo tra la coscienza ed il corpo inerte… Devi distinguere tra l’’io’ puro in se stesso, e il pensiero ‘io’. Quest’ultimo, essendo semplicemente un pensiero, vede soggetto ed oggetto, dorme, si risveglia, mangia e pensa, muore e rinasce. Ma il puro ‘io’ è il puro essere, l’eterna esistenza, libera dall’ignoranza e dall’illusione-pensiero. Se rimani come ‘io’, come il tuo essere soltanto, senza pensiero, il pensiero ‘io’ scomparirà e l’illusione svanirà per sempre… L’essenza della mente è soltanto consapevolezza o coscienza… C’è un Sé assoluto da cui proviene una scintilla, come da un fuoco. La scintilla è chiamata ‘ego’…La sua vera natura può essere scoperta quando non è più in contatto con oggetti o pensieri.

Il Sé non viene da nessun altro luogo e non entra nel corpo attraverso la corona del capo. E’ così com’è, sempre splendente, sempre stabile, immobile ed immutabile.

Immagine in evidenza: http://enlightened-people.com

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