La Vita del Buddha – La Via di Mezzo

Care lettrici e lettori del blog, eccoci giunti alla decima puntata della serie di articoli che ho definito “Buddhismo senza illusioni”: si tratta di una sintetica storia del Buddhismo che non ha pretese di esaustività (servirebbe una enciclopedia) ma che possiede uno scopo ben preciso.

Si tratta di cercare di “recidere” le illusioni che ho spesso constatato quando si parla di Buddhismo: troppo spesso si associa una statua del Buddha a quella di un santo da venerare, troppo spesso si sono sostituiti i simboli tipici della fede cristiana con analoghi simboli indiani o buddhisti, perpetrando lo stesso meccanismo mentale di assuefazione all’idea di un qualcosa di superiore a noi esseri umani che ci guida e che ci “salva”, attraverso anche i suddetti simboli.
Questo atteggiamento lo si riscontra anche nel Buddhismo basti pensare al tantrismo tibetano e in genere alla scuola tibetana.

Andare alla radice significa quindi assumere un atteggiamento critico, scientifico, razionale, storico, in poche parole “recidere” ogni illusione.

Certo la storia antica di migliaia di anni non è argomento che possa avere un inquadramento univoco: le interpretazioni e le idee sono talvolta differenti in merito agli eventi storici.
Quello che scrivo non ha quindi la presunzione di essere considerato incontestabile, anzi.

Così ho studiato presso il mio Istituto (Ordine coreano Taego) nei circa tre anni di corso e cosi` lo riporto.

Il decimo articolo concerne la coltivazione della pratica del Buddha storico, Shakyamuni, e il raggiungimento della cosiddetta “Illuminazione”.

Quando Shakyamuni lascio il castello di Kapilavatsu, abbandonando le vesti regali di principe, rasando il proprio capo e cingendosi solo di una mera veste, da vero praticante spirituale ascetico, iniziò a frequentare le comunità dei monaci e dei praticanti Sramana (si vedano gli articoli precedenti di questa serie, pubblicati sul blog…) ma non incontrò un maestro che riteneva valido per il proprio “cammino” spirituale.
 

 
Chiedeva ad ognuno di loro quale fosse lo scopo della pratica ascetica, meditativa e dello stile di vita sobrio e spartano che si praticava, ma riceveva risposte che non lo convincevano.

Qualcuno affermava che si trattava dell’unica via per una rinascita nel paradiso e nel cielo, altri che solo tale pratica, combinata ad una fede in dio, avrebbe portato al raggiungimento dello stato paradisiaco, alla fine delle sofferenze terrene.

Incontrò tutti i principali maestri Sramana dell’epoca e tutti posero l’accento su come la pratica meditativa apportasse tranquillità e pace, affermando che solo una pratica di questo tipo, basata sulla concentrazione e sul silenzio, potesse servire allo scopo.

Gautama seguì per anni questi insegnamenti ma non appena la meditazione di concentrazione si interrompeva, la mente tornava allo stadio precedente, uno stadio caratterizzato dall’assenza di tranquillità e pace.

Lui desiderava ardentemente uno stadio mentale stabile, e con nessun maestro riusciva a trovare quello che cercava, tanto che, dopo qualche anno di pratica, decidette di cercare da se il proprio metodo di “coltivazione” della mente.

Si rifugiò in una foresta, vicino ad un fiume, e visse all’interno, praticando una vita ascetica e basata su una meditazione continua, basata sulla concentrazione.

Una decisione straordinaria, una decisione che personalmente ho ritrovato nello spirito della scuola Mahayana e della scuola Son (Zen), in particolare.

Il padre, il Re Sudhodhana, mandò anche cinque monaci Sramana in quel luogo, preoccupato per le condizioni di vita ascetiche del figlio.

La tradizione vuole che questi cinque monaci affiancarono il Buddha nella sua pratica quotidiana, percependo la sua profonda sincerità e capacità di ricercatore spirituale, piuttosto di aiutarlo materialmente e sorvegliarlo, come inizialmente avrebbero dovuto fare.

La tradizione vuole anche che, ascoltando il dialogo tra un padre e un figlio dediti alla pesca nel fiume e con la necessità di non remare troppo forte o troppo piano per raggiungere l’area di pesca, Buddha capi’, all’improvviso, che lo stile di vita adatto, verso l’illuminazione è la cosiddetta “Via di mezzo”.

Sorrise a se stesso, per lungo tempo, e intuì che non sono necessari sforzi ascetici incredibili, né una vita di sfarzi e di ozio, per raggiungere l’obiettivo finale!

La storia ci narra allora di un Gautama esausto e prossimo alla morte, dal corpo scheletrico, che alzatosi dopo quella “illuminazione” improvvisa, si diresse verso il fiume per lavare il corpo: non si reggeva quasi in piedi e proprio in quel momento una giovane donna, camminando vicino alla riva, visse il giovane monaco esausto e gli offrì una zuppa che stava trasportando.

Gautama accettò e trasse nutrimento, sotto agli occhi stupiti dei cinque monaci Sramana che lo affiancavano, e che immediatamente, scandalizzati, lo additarono come un ex monaco che aveva infranto le regole di asceta e di serio praticante.

Il punto è davvero importante: i monaci Sramana confondevano il metodo con l’obiettivo finale, si erano attaccati al metodo e alla tradizione, mentre Gautama, in quel momento, era un autentico rivoluzionario, rompeva le regole e cercava, da se e su di se, la strada verso il vero obiettivo finale, che rimaneva il distacco dalla sofferenza, da una vita umana basata sui sensi e sull’impermanenza.

Con un paragone attuale il Buddha avrebbe ricevuto su Facebook, o altri social networks, 3 o 4 “likes” (se andava bene) e i monaci Sramana almeno un centinaio, oltre che ad essere additato dai “puri buddhisti” di qualche gruppo Facebook come un “buddhista non autentico”, un “apocrifo” che non ha seguito le parole del Maestro X o Y o Z, anzi un allievo di un maestro insigne che si è pure ribellato!!!

Può far ridere ma è la pura verità.
La stessa scuola Mahayana viene considerata da gran parte del mondo Tharavada come “non autentica” e senza riferimenti adeguati “alle parole del Buddha” originarie, scritte in pali, mi raccomando, non in quella lingua apocrifa che è il sanscrito!!!

Cose che mi sono state scritte da monaci italiani Theravada, non mi invento nulla……

Gautama lasciò quel posto e si diresse, solitario, presso un luogo adatto alla sua pratica, che rimaneva comunque basata sulla pratica dei monaci Sramana, adattata e modificata, allo scopo di raggiungere l’illuminazione.

Trovò un albero e inizio la sua meditazione senza fine, attraverso stadi mentali di assorbimento meditativo eccelsi e basati sul cosiddetto “Samadhi” (si vedano articoli sul blog), una sorta di concentrazione suprema, uno stadio di beatitudine e pace, anche dei sensi.

E’ uno stadio che possiamo raggiungere talvolta anche noi comuni mortali e che il principiante confonde con l'”illuminazione”, attaccandosi ad esso, e perdendo quindi il “corretto” cammino….

Gautama andò oltre e comprese che è l’ignoranza la vera causa della sofferenza, la radice di ogni sofferenza.

Ignoranza significa non conoscenza dei fenomeni o anche non consapevolezza dei fenomeni: capite adesso perché non basta scrivere di buddhismo, anche a livello eccelso, universitario, per raggiungere l’”illuminazione”?

Capite che la consapevolezza è ben altra cosa?

Solo sradicare questa radice di sofferenza, dunque, per la legge di causa ed effetto, può aiutarci concretamente nel “cammino” spirituale e il metodo scelto per questo “cammino” venne considerato la cosiddetta “via di mezzo”: la “legge” scoperta dal Buddha che era una legge universale, valida per ogni fenomeno.

E da dove partiva il Buddha?

Proprio dalla mente!

Ecco perché mai detto fu più azzeccato di questo, tratto dagli insegnamenti dei primi patriarchi del C’han cinese:

“Chi è saggio cerca dalla mente e non dal Buddha,
chi è stolto cerca dal Buddha e non dalla mente” (cit. Hui Hai).

L’illuminazione del Buddha avvenne nel giorno di luna piena del 589 avanti cristo, all’età di 35 anni: il fondatore del Buddhismo abbandonò la sofferenza insita al ciclo della vita e della morte, al ciclo delle rinascite, così caro alla cultura indiana dell’epoca.

Lui trascese tutto questo, non lo abbandonò, infatti il suo corpo fisico continuò a vivere per altri 40 anni e oltre…

Il periodo di pratica ascetica e propedeutico all’illuminazione durò sei anni.

Io pratico da 16 anni ma a volte mi chiedo come sia possibile che mangio senza essere consapevole di mangiare…….

Hae Myong


Hae Myong
Inizia a studiare da autodidatta il Taoismo cinese nel 2004 e presto si avvicina allo studio della cultura zen e buddhista.
Nel 2006 inizia a praticare presso l’Associazione “Bodhidharma” di Lerici del monaco buddhista Tae Hye Sunim, di ordinazione coreana e birmana, una sorta di pratica che accoglie aspetti della tradizione Theravada e della tradizione Mahayana del Buddhismo.

Per alcuni anni guida anche le pratiche del gruppo genovese di tale comunita’ religiosa presso i locali dell’Associazione “UnSoloCielo” in via San Lorenzo a Genova.

Nel 2009 riceve a Seoul dal monaco Tae Hye Sunim i cinque precetti Buddhisti e assume il nome di Dharma di Mu Mun.

Nel 2009 risiede per alcune settimane in Corea presso i principali templi dell’Ordine Jogye. Nel 2010 e 2012 visita alcuni templi in Thailandia.

Nel 2014 inizia a studiare presso l’Institute for Buddhist Studies USA (IBS) dell’Ordine coreano zen Taego-jong affiliato con Dong Bang College of Korea.

Nel 2015 partecipa ad alcuni ritiri spirituali organizzati dall’Ordine Taego in USA.

Nel 2016 riceve il diploma dall’IBS dopo aver terminato i due anni di studi ed aver superato tutti gli esami e la tesi finale.

Nel 2017 riceve i precetti del Bodhisattva presso l’Associazione Bodhidharma in Lerici.

Nel 2018 viene ordinato in Polonia Dharma Teacher dall’Ordine Taego-jong e riceve il nome di Dharma di Reverendo Hae Myong.

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