Cosa significa vivere Zen?

Avvolgerci nella meditazione, vivendo la nostra vita quotidiana, senza sederci a gambe incrociate… è possibile?

Cosa significa vivere Zen?

Cos’è la meditazione Zen, applicata alla vita secolare, da laici, che viviamo tutti i giorni?

Si può evitare l’eremitaggio o l’isolamento che ci da quel fascino di essere illuminato “superiore” ai patemi del mondo “esterno”, tipico di molte tradizioni religiose, buddhismo compreso?

In questo articolo torno a parlare direttamente di meditazione Zen e cercherò di dare una sintetica risposta a queste domande.

LA MEDITAZIONE ZEN NON E’ (SOLO) LA CONSAPEVOLEZZA DI SE’

Primo equivoco: posso considerarmi un meditatore Zen “quotidiano” se in qualsiasi momento della giornata sono consapevole dei miei sensi, della mia risposta fisica, emotiva, razionale, irrazionale ad un evento “esterno”; che sia un contatto fisico o una comunicazione verbale, poco importa.

La consapevolezza si raggiunge anche attraverso la meditazione Zen o la pratica Zen ma la caratteristica della nostra scuola è che questo stadio non si può considerare “meditazione Zen”: è necessario collocarsi oltre ed è per questo che lo Zen è sfuggente, difficile da afferrare.

LA MENTE VUOTA, ESSENZA DELLO STATO DI MEDITAZIONE ZEN

Il “vuoto” della mente è lo stadio che ci consente di dire che abbiamo “afferrato” il salmone, quel pesce di fiume che contro corrente salta fuori dalle acque, anche tumultuose, per risalirne il corso.

Lo afferriamo, il pesce, ma, mi raccomando, lo rimettiamo presto in acqua!

Uno dei frutti della coltivazione di consapevolezza che qualsiasi forma di meditazione dovrebbe produrre è la decisione di vivere una vita eticamente mirata alla minore produzione di sofferenza agli esseri senzienti, quindi a non mangiare carne o pesce per semplicemente soddisfare un nostro senso! Si può’ vivere benissimo senza!

Lasciamo il salmone e torniamo al “vuoto mentale”, secondo equivoco pronto ad emergere parlando di vuoto è quello per il quale si tende a far affluire nella nostra mente un concetto “statico” mentre nello Zen quando si parla di “vuoto mentale” si evidenza uno stadio mentale caratterizzato dalla “dinamicità”.

Siccome stiamo parlando di una meditazione applicata alla nostra vita secolare, laica, i pensieri, le emozioni, le sensazioni sono continue, perduranti, impossibili da eliminare completamente, anche se fossimo in stadi di vita precari, con la perdita della conoscenza.

Vuoto mentale significa in sostanza far affluire e defluire questi eventi “mentali”, significa non attaccarsi ad essi, sia che si possano considerare portatori di benessere che di malessere o sostanzialmente neutri per la nostra vita quotidiana.

La meditazione Zen quotidiana è un’anfora bucata.

QUALE E’ IL PRESUPPOSTO PER RAGGIUNGERE IL VUOTO MENTALE?

La nostra scuola ritiene che tutti noi siamo dotati di una “natura di Buddha” ovvero di stadi inconsci della nostra mente che ci consentano di intuire non tanto la “realtà vera”, come spesso si dice sia nel “new age” sia in tante scuole di meditazione, quanto che non esiste una singola “realtà vera” e che tutto è condizionato ed incatenato da eventi e situazioni.

Lo Zen su questo punto sviluppa uno degli insegnamenti basilari del Buddhismo!

Lo Zen ha quindi grandi punti di contatto con la psicologia, anche analitica: attraverso la consapevolezza “che va oltre” il meditatore fa affiorare alla coscienza aspetti dell’inconscio e questi aspetti si fondano con la coscienza, con i pensieri, le emozioni, le sensazioni che fanno parte della nostra consapevolezza quotidiana, ordinaria, percettiva, basata sui sensi.

LA PRATICA DI MEDITAZIONE SEDUTA E LA CONSAPEVOLEZZA ZEN: DUE SINONIMI

Qui giungiamo al cuore del nostro insegnamento Zen: non sediamo in meditazione seduta per acquisire la consapevolezza suprema; nel momento in cui noi sediamo siamo già risvegliati, abbiamo già tutto quello che ci serve per diventare illuminati, non è poi cosi necessario neanche stare seduti giornate intere per giungere a questo stadio.

Ecco che lo Zen, quindi, ci riporta alla vita quotidiana.

Qualsiasi evento intorno a noi ci insegna la più profonda delle verità, una delle grandi verità; anzi noi stessi diventiamo quell’evento, fatichiamo a trovare un “se”, un “ego” in quello che sta accadendo.

E’ la caduta del cosiddetto “dualismo”.

E’ questo il segnale più importante per capire che ci siamo, siamo diventati esseri illuminati.

Adesso non ci resta che coltivare questo stadio.

Hae Myong
 

 

Hae Myong
Inizia a studiare da autodidatta il Taoismo cinese nel 2004 e presto si avvicina allo studio della cultura zen e buddhista.
Nel 2006 inizia a praticare presso l’Associazione “Bodhidharma” di Lerici del monaco buddhista Tae Hye Sunim, di ordinazione coreana e birmana, una sorta di pratica che accoglie aspetti della tradizione Theravada e della tradizione Mahayana del Buddhismo.

Per alcuni anni guida anche le pratiche del gruppo genovese di tale comunita’ religiosa presso i locali dell’Associazione “UnSoloCielo” in via San Lorenzo a Genova.

Nel 2009 riceve a Seoul dal monaco Tae Hye Sunim i cinque precetti Buddhisti e assume il nome di Dharma di Mu Mun.

Nel 2009 risiede per alcune settimane in Corea presso i principali templi dell’Ordine Jogye. Nel 2010 e 2012 visita alcuni templi in Thailandia.

Nel 2014 inizia a studiare presso l’Institute for Buddhist Studies USA (IBS) dell’Ordine coreano zen Taego-jong affiliato con Dong Bang College of Korea.

Nel 2015 partecipa ad alcuni ritiri spirituali organizzati dall’Ordine Taego in USA.

Nel 2016 riceve il diploma dall’IBS dopo aver terminato i due anni di studi ed aver superato tutti gli esami e la tesi finale.

Nel 2017 riceve i precetti del Bodhisattva presso l’Associazione Bodhidharma in Lerici.

Nel 2018 viene ordinato in Polonia Dharma Teacher dall’Ordine Taego-jong e riceve il nome di Dharma di Reverendo Hae Myong.

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