Auroville: la cittadina indiana senza denaro, religione e governo

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Un utopia che è divenuta realtà: nonostante i difetti tutt’ora persistenti, Auroville, la cittadina indiana nata dalle utopie degli anni ’60 è ancora salda e in fase di evoluzione.

 

Il racconto di Maddy Crowell per “Slate”

Auroville nacque a seguito del “flower-power” anni Sessanta, fu una rivoluzione psicologica, un’avventura in cui si fondevano marxismo e anarchia. Non c’era governo, moneta, religione, né giornali con titoli su povertà, genocidi e guerre. Fu fondata nel 1968 da Mirra Alfassa, una francese che tutti chiamavano “La Madre”. La sua foto campeggia ovunque. Era la segreta amante di Aurobindo, il quale risvegliò l’anima indiana dalla colonizzazione e propose una nuova consapevolezza.

 

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La città ospitava 50.000 persone. La Madre autorizzava o negava il permesso ai nuovi arrivati. Se li accoglieva, dava in regalo una rosa e chiedeva di piantare un albero. Così nacque la foresta.I primi abitanti non avevano nulla, né denaro, né case. Vivevano in buchi. Ora ha 2500 residenti permanenti e 5000 visitatori provenienti da 100 paesi. Non si trattava solo del paradiso hippie, ma della realizzazione delle più alte aspirazioni indiane.

Ogni anno il governo indiano dà ad Auroville 200.000 dollari e l’UNESCO la protegge dal 1968, ma la zona non è esente da problemi e negli anni si sono registrati casi di furto, molestia, stupro, suicidi e anche un omicidio. Con il taxi ho passato negozi che vendono magliette di Bob Marley, ho visto vari cartelloni che indicavano un centro di cure psichiatriche, e più mi inoltro nella foresta, più gli edifici diventano futuristici. Strutture in vetro spuntano fra gli alberi, con nomi tipo “Aspirazione”, “Solitudine”, “Disciplina” e “Grazia”. Le strade sono un labirinto di sentieri e vicoli ciechi. A un certo punto sorge una cupola in oro, la “Matrimandir”, anima di Auroville, dove molti vanno a meditare.

Alla fine, tra alberi di mango e felci, trovo una casa bianca, e la persona che mi ospita si presenta: «Sono Shanta».  E’ nata qui 30 anni fa, si è sposata con un americano e hanno due bambini.La sua casa, come le altre qui, ha pannelli solari. Non pago la stanza, devo versare 150 rupie a notte alla città (poco più di due dollari) e il resto è un contributo volontario, se me la sento. Il Municipio non è poi diverso da quello di qualsiasi altra parte del mondo, stessa burocrazia, stessa fila di scrivanie e uffici. La famiglia di Shanta cresce il suo orto, fa il pane, ricicla e riusa tutto. Lei mi dice: «Devi stare attenta a girare da sola di notte».

 

Eppure la giungla è silenziosa, c’è una calma mai vista.Auroville ha 32 ingressi e nessun cancello, è a dir poco vulnerabile. Mi racconta che la casa in cui siamo ha una cattiva energia perché negli anni precedenti ci sono stati due suicidi. Prima di trasferirsi la sua famiglia ha usato un dispositivo per rilevarne l’energia ed è risultato che l’abitazione aveva tre vortici che inghiottivano la positività.

Quasi tutti gli abitanti di Auroville hanno una “amma”, una donna delle pulizie che bada anche ai bambini.E’ un modo per dare impiego alla gente dei villaggi vicini. Faccio un giro per i sentieri e scopro che più si va verso il centro, più diventa desertico. I negozi che vendono cibo, caffè e vestiti stanno tutti nel cerchio verde, una barriera invisibile e cilindrica che segna il perimetro della città. C’è il wi fi e gli stranieri con dreadlocks e dhoti (la tipica tunica indiana maschile) fumano sigarette e controllano “Facebook” dai cellulari. Molti se ne vanno durante l’estate, fa troppo caldo. Tornano a casa soprattutto per racimolare qualche soldo.

Incontro gente che sta qui per qualche mese o per qualche anno, coltiva e medita, cerca un luogo a cui appartenere, stufa del sistema occidentale. Ci vogliono due anni per diventare residente. Devi dimostrare di essere autosufficiente e dedito alla causa. Non puoi andartene per quel periodo e devi lavorare gratis come contributo alla città. Dopo due anni affronti la Commissione di Selezione e ottieni un lavoro: cinque ore al giorno, il resto lo dedichi a te stesso.

Esiste anche la commissione che vaglia ogni articolo, film e foto riguardante Auroville. In questo ufficio incontro Elaine Catherine, di origine canadese, che mi racconta:

«La realtà, una volta che vivi qui, è diversa da quella che ti aspetti. Non è tutto rosa e fiori ma io credo ancora in questo sogno di unità, ci aiutiamo!»

Fonte: slate

 

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