Meditazione Zen – La Shikantaza
Eccoci arrivati con questo articolo ad una dissertazione sulla meditazione Zen vera e propria ed in particolare su quella di tradizione giapponese, la cosidetta “Shikantaza“.
Cosa vuol dire “Shikantaza“?
Si può tradurre come “semplicemente seduti“.
Anche in questa scuola buddhista si enfatizza la “semplicità”, quindi, ovvero un atteggiamento e uno stile di vita essenziale e privo di fronzoli.
Ma la semplicità viene accostata anche alla posizione seduta, quella tipica della meditazione Zen.
(Redigerò un articolo sulla postura nelle diverse forme di meditazione a breve.)
Meditazione Zen significa quindi accostare un atteggiamento mentale “semplice” ad una postura specifica e individuata nei dettagli (la tipica seduta zen).
Nello Zen esiste anche una pratica di meditazione camminata di cui parlerò nell’articolo sulle posture: il mio punto di vista è che questo tipo di meditazione sia più assimilabile ad una meditazione di concentrazione o di consapevolezza del corpo che alla “Shikantaza” vera e propria.
D’altronde vi è anche chi sostiene che la meditazione “suprema” non sia in realtà una “tecnica” descrivibile, bensì uno stato dell’essere che si debba manifestare costantemente.
Al di là delle dissertazioni filosofiche, ritorniamo alla descrizione della nostra sessione di pratica.
L’inizio della meditazione Zen (nella tradizione giapponese, lunga quanto il tempo in cui un bastoncino di incenso impiega a bruciare) non è dissimile da quanto descritto per la meditazione Samatha o per quella Vipassana: è necessario preparare la mente, quindi una fase di concentrazione che permetta di accedere alla meditazione vera e propria, si rende sempre necessaria.
Lo “zazen“, come viene definita la meditazione Zen, prevede quindi il mantenimento di una semplicità mentale molto marcata: la consapevolezza del praticante non ha un “oggetto”, non ha una “tendenza”: si orienta a 360 gradi senza nulla escludere, e senza focalizzarsi in particolare su un elemento.
Anche in questo caso la dualità, la contrapposizione tra oggetto e soggetto vengono meno e il praticante abbandona la sfera egoica per una forma di coscienza universale e non discriminatoria.
La mente del praticante e’ radicalizzata nel “qui ed ora“, il momento presente.
Ansia, pensieri, ricordi, desideri: arrivano e vengono lasciati andare, il praticante ritorna al momento presente, alla postura, ad una mente “semplice”, senza costrutti ed elaborazioni.
Così come accade nella meditazione Vipassana sul vuoto, i fenomeni fisici e mentali vengono osservati: nel loro sorgere, nel loro sviluppo e nella loro cessazione.
La posizione seduta, le gambe incrociate, le mani raccolte sul basso addome e un busto eretto, anche se privo di rigidità, costituiscono un elemento importante della pratica, a differenza della Vipassana che da meno importanza alla postura.
Il praticante mantiene la consapevolezza della posizione, forse l’unico specifico oggetto su cui calamita la propria attenzione.
La meditazione costituisce quindi un percorso introspettivo caratterizzato da una capacità di attenzione costante, ma rispetto alla Vipassana, non viene assimilato sempre e comunque ad un mezzo per raggiungere l’illuminazione.
In talune scuole giapponesi è cosi (ad esempio la scuola Rinzai e quella Obaku) ma in altre come la Soto in realtà la pratica meditativa è solo un modo di vivere il proprio risveglio che viene coltivato in ogni momento della giornata, non solo durante la seduta.
E’ una distinzione storica che attiene alla possibilità o meno di ottenere una “illuminazione” improvvisa o piuttosto graduale.
La scuola cinese Cha’n Linjii da cui si origina la Rinzai ma anche la parte prevalente della scuola Son del buddhismo zen coreano utilizzano anche strumenti come i “koan” (giapponese) o “hwadu” (coreano) che suddivisi in categorie di difficoltà differente rappresentano “ossimori”, domande senza una risposta certa ed universale, consegnati al praticante come Via di Illuminazione dal proprio maestro e che il praticante conserva con se ed indaga anche durante la seduta di meditazione.
Tuttavia, al di là di queste differenze, anche nella meditazione Zen il praticante non ha bisogno di nulla di più di quello che già possiede, ovvero il proprio essere vivo, nel “qui ed ora“.
Non c’è nessuna ricerca, un aggrapparsi ad un pensiero o concetto, un protendersi verso qualcosa, un attaccamento, nulla di tutto questo.
Solo attenzione, consapevolezza o, al limite, un’investigazione del proprio “koan” o una attenzione diretta alla postura.
La mente del meditante si identifica con l’ambiente circostante, non vi sono distinzioni tra essa, il corpo e l’ambiente stesso ed è solo in questa dimensione non duale che ogni sofferenza cessa completamente e una mente risvegliata prende la propria dimora.
Non vi è necessità di controllo esterno, della vita, dei fenomeni, perché non vi è un “io“, una coscienza egoica: il meditante si è “perso“, le osservazioni non hanno più un “osservatore“, i pensieri sono privi di un “pensatore“.
Benvenuti nel paradiso buddhista!
Hae Myong
Per alcuni anni guida anche le pratiche del gruppo genovese di tale comunita’ religiosa presso i locali dell’Associazione “UnSoloCielo” in via San Lorenzo a Genova. Nel 2009 riceve a Seoul dal monaco Tae Hye Sunim i cinque precetti Buddhisti e assume il nome di Dharma di Mu Mun. Nel 2009 risiede per alcune settimane in Corea presso i principali templi dell’Ordine Jogye. Nel 2010 e 2012 visita alcuni templi in Thailandia. Nel 2014 inizia a studiare presso l’Institute for Buddhist Studies USA (IBS) dell’Ordine coreano zen Taego-jong affiliato con Dong Bang College of Korea. Nel 2015 partecipa ad alcuni ritiri spirituali organizzati dall’Ordine Taego in USA. Nel 2016 riceve il diploma dall’IBS dopo aver terminato i due anni di studi ed aver superato tutti gli esami e la tesi finale. Nel 2017 riceve i precetti del Bodhisattva presso l’Associazione Bodhidharma in Lerici. Nel 2018 viene ordinato in Polonia Dharma Teacher dall’Ordine Taego-jong e riceve il nome di Dharma di Reverendo Hae Myong. La mia pagina facebook
Hae Myong
Inizia a studiare da autodidatta il Taoismo cinese nel 2004 e presto si avvicina allo studio della cultura zen e buddhista.
Nel 2006 inizia a praticare presso l’Associazione “Bodhidharma” di Lerici del monaco buddhista Tae Hye Sunim, di ordinazione coreana e birmana, una sorta di pratica che accoglie aspetti della tradizione Theravada e della tradizione Mahayana del Buddhismo.
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