Il moltiplicatore di fatica

Nasciamo con il giudizio addosso e dentro c’è già fatica. Cresciamo e la fatica cresce con noi. Certe volte non siamo neppure così sicure di voler crescere, ma la biologia fa il suo corso.
E intanto, mentre siamo ancora piccole, pensiamo che una volta grandi tutto si sistemerà, anche la fatica, perché saremo “grandi” in tutti i sensi.

Potrebbe essere davvero così, potremmo davvero essere “grandi”, ma il giudizio è uno degli aspetti della nostra personalità che ce lo impedisce. Il giudizio limita, restringe la visione, incolpa, condanna, crea separazione fuori e dentro di noi.

Quando non è discernimento, il giudizio è un moltiplicatore di fatica. Parla usando sempre il modo indicativo – “è così!” – e mai il congiuntivo o il condizionale – “penso che sia così” o “potrebbe essere così”.
Dunque di fronte ai punti esclamativi impariamo presto ad adattarci ai dettami altrui. E un punto esclamativo sull’altro diventano un peso che ci carichiamo sulle spalle fino a piegarci. Inutilmente, perché non è peso nostro.

Il ciclo mestruale ce lo ricorda ogni mese. Ce lo ricorda a lettere cubitali anche la menopausa. Se facciamo orecchie da mercante, chine sotto quel peso, arriva persino a urlarcelo che è ora di alleggerirci togliendo potere là dove l’abbiamo dispensato eccessivamente: troppo ai pensieri altrui, alle aspettative, ai giudizi, appunto.

Ce lo ricorda e ci insegna come alleggerirci nella sua alternanza di energie diverse, nel bisogno di espansione e in quello altrettanto legittimo di ritirarsi e dedicarsi a sé, nel bisogno di fare e in quello di stare, nelle rivendicazioni del giudice interiore e nell’istinto creativo che incontra i sogni.
Tutto dentro al nostro personale ritmo che non prevede pesi estranei se non ce li aggiungiamo noi come non fosse possibile altrimenti.
Ma oggi siamo grandi e sappiamo che altrimenti si può.

Annalisa

Annalisa Borghese

Sono una counselor in psicosintesi che io traduco come “allenatrice emotiva”.
In concreto alleno le persone a scoprire la ricchezza del proprio mondo interiore e a prendersene cura. Lì stanno le potenzialità, ciò che di luminoso non abbiamo ancora espresso, trattenute da emozioni ingombranti che facciamo fatica a gestire.
Lì si trova la chiave del nostro personale benessere.

Ho sempre mantenuto un occhio di riguardo per il punto di vista femminile e mie maestre sono state Alexandra Pope, De Anna L’am, Miranda Gray e Carla Gianotti.
Il mio obiettivo oggi è invitare le donne a incontrare quel femminile profondo che appartiene a ciascuna di noi, iscritto nel ciclo mestruale e non mediato dalla cultura patriarcale.
Favorire in loro la pratica consapevole dell’energia ciclica femminile per ritrovare il proprio passo oltre i condizionamenti di un modello culturale che nega le energie primigenie del Femminile e del Maschile.
 
E oggi più che mai abbiamo bisogno di entrambe per trasformare la cultura della sopraffazione e realizzare pienamente la nostra personale umanità.
Sono diversi gli approcci all’energia ciclica e io prediligo percorsi in cui la profondità del lavoro interiore non è mai disgiunta dalla concretezza. Il ciclo mestruale, infatti, può essere una sorta di ancoraggio che ci aiuta a restare radicate, cioè con i piedi ben piantati per terra, sia pure con lo sguardo alla luna e quindi all’immensità del cielo e della vita.

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